i 24 racconti
«Vieni giù dalle nuvole» disse zia Polly.
Arthur la guardò senza capire: «In che senso?»
«Nel senso che devi fare quello che ti è stato ordinato, senza pensare ad altro» lo rimbrottò ruvidamente.
Arthur, senza un’altra parola, si avviò verso il pollaio. Era scalzo come al solito. Prese il sacco con il mangime ed entrò. L’odore era terribile. Per fortuna la mangiatoia era vicina alla porta, così non avrebbe dovuto calpestare tutti gli escrementi che formavano a tratti una spessa crosta sul pavimento.
Riempì gli abbeveratoi e le ciotole di metallo appese alla parete. Posò il sacco e la brocca sul tavolo addossato alla parete e uscì tirandosi indietro il cancelletto rotto.
«Ben fatto» disse nonno Jakub che si trascinò fino al suo sedile davanti alla facciata della casa, proprio sull’aia: era la radice di una pianta segata a forma di pancotta con un paio di sacchi di iuta ripiegati sopra.
Arthur gli fece un cenno, poi andò verso il tinaggio che odorava di petrolio per prendere il coltello.
«Stai attento a non tagliarti» gli urlò il nonno.
«Non sono mica scemo» rispose il ragazzo dirigendosi verso l’orto.
Riempì una borsa di insalata e la portò in cucina dove la nonna stava tagliando altre verdure.
«Molto bene» gli disse prendendo la borsa. Arthur posò il coltello al suo posto e salì la scala del fienile. Buttò il fieno di due balle disfatte attraverso l’opercolo che collegava la stalla al fienile. Starnutì per la polvere mentre di sotto suo padre gli strillò per averne sollevata tanta. Se tutto finora era andato bene, Arthur si dispiacque per non aver fatto abbastanza attenzione.
«Hai finito?» strillò zia Polly sull’aia.
«Quasi» urlò Arthur mentre si dirigeva al capanno per prendere il raccogli asparagi.
Corse verso il campo e riempì il cesto: «Solo quelli più alti che stanno quasi per montare» si ripeté.
Quando ebbe finito rimise a posto l’attrezzo e portò gli asparagi in cucina alla zia.
«Ce ne hai messo di tempo» lo rimbrottò questa.
«Ci ho messo il necessario» le rispose questi placidamente.
«Non ti guadagnerai il pane facilmente tu, così lento»
«Non sono lento. Penso alle cose» rispose il ragazzo.
«Pensare troppo fa male. Bisogna farle le cose, in fretta e bene» lo liquidò la zia.
Arthur uscì. Fuori imbruniva. Adesso che aveva finito i compiti che gli erano stati assegnati poteva rifugiarsi nel suo luogo segreto.
Raggiunse il prato dietro casa che terminava con una siepe di alberi a ridosso della riva: più sotto, dopo una scarpata c’era la sua capanna. Era nascosta in un macchione di lillà ed era ricoperta di frasche nuove nuove, piene di foglie. Entrò e si distese su una specie di amaca che si era costruito con un telo per il fieno che nessuno usava più perché era strappato in diversi punti.
Chiuse gli occhi mentre la luce diventava sempre più tenue a causa dell’imbrunire e finalmente pensò a quello che gli piaceva pensare.
Nella capanna c’era un buco nel soffitto che coincideva con il cuscino dell’amaca. In questo modo poteva vedere le stelle quando andava lì di notte.
Le stelle. I pianeti. Le comete. Le galassie. Arthur sospirò. I suoi cari pensieri che si estendevano verso le algide profondità del cosmo e che gli davano la calma e la sicurezza necessarie per affrontare la piccola vita che gli scorreva ogni giorno tra le dita. Riaprì le palpebre, puntò le sue iridi chiare verso l’oscurità del cielo e sospirò mentre cominciavano a berluccicare i primi timidi pigolii di luce nel buio sempre più acre della notte incipiente.